Gianni Tabò | Associazione Culturale Controchiave

0 ante

TRACCE DI UN AUTORITRATTO

Le foto di Gianni Tabò

Fotografare significa stabilire un rapporto con la cosa fotografata, ogni foto è un autoritratto.

La Fotografia e l’Altro

Una persona è sempre parte di una storia, perché un uomo non è mai un uomo qualunque e la storia lo circonda. Ognuno, in qualche modo, crea correnti di storie che si sommano ad altre storie. Ci piace pensare che questo possa sempre accadere.

Senza ombra di dubbio però, sappiamo che  alcuni lasciano dei segni tangibili, solide tracce di esistenza comune. Giovanni era uno di questi e quei segni ora sono materia, materiale di idee e progetti, tracce che segnano  le  emozioni e che ancora attraversano realtà diverse come l’associazione Controchiave, di cui Giovanni era parte integrante e, lasciatecelo dire, insostituibile. Esiste un materiale che esprime una realtà personale ed il mondo che la circonda, sono le foto che Giovanni ha lasciato. Gianni ha messo in moto idee e progetti scattando foto, argomentando i propri percorsi, condividendo sempre con altri ogni sua voglia percettiva. Voglia percettiva, ovvero la voglia di toccare e vedere davanti a sé  l’idea che gira nella testa.

Incontrare tutto questo  lavoro vuol anche dire tradire la cronologia tipica di un  percorso fotografico. Con i progetti aperti du Gianni puoi trovarti di fronte ad una sua idea sviluppata su tre foto scattate a distanza di anni, in luoghi diversi, per finalità diverse. Eppure sono lì, attaccate ad una idea che  ronza dentro, che si ripresenta improvvisamente nel tempo, che è  la  continuazione, la sua firma, il suo tratto ri-tratto.

Poche le date appuntate sopra i provini fotografici, poche le tracce per fissare tempo e luoghi, ma non importa, perché lo senti che quei tratti di pellicola hanno un unico processo semantico. Però se devi presentare un lavoro, come fai  a mettere insieme una foto fatta nel nord della Danimarca ad  una fatta alla festa per la cultura e dire che lì c’è un percorso riconoscibile? Oppure dire che fanno parte di un progetto artistico comune?  Se questa domanda ci fosse venuta ad alta voce davanti a Gianni, lui ci avrebbe risposto: “non ci complichiamo la vita: se parto da Fiumicino vedendo strutture anonime di palazzi, dopo poche ore sono a Barcellona nelle ramblas e durante il tragitto sfoglio le riviste illustrate degli aerei con le foto di patinati posti esotici… è un viaggio con salti di immagini che mi appartengono, è lì la cosa interessante, quello che mi porto addosso dopo il viaggio, non quello che vedo durante.”

Proviamo allora a fare questo viaggio nelle foto di Giovanni, foto tirate fuori da scatole di legno e cartone, accantonate nelle case che aveva attraversato, scatole lasciate lì, con dentro un contenuto di immagini, linee, ricordi.

–         “Divento quello che vedo, tutto quello che mi suggerisce il pensiero posso farlo, per questo mi trovo spesso in posti che non conosco, posti che ho voluto raggiungere per forza, alzandomi presto o saltandolo il sonno, per poi arrivare e chiedermi

“che ci faccio io  qui?”

Allora mentre aspetto di saperlo scatto le mie foto, accettando la festa ludica del captare, l’obiettivo  è la mia antenna, la mia sonda.”

***

–           La fotografia dunque, proviamo a parlarne:

Fotografia come scrittura (di massa) ma anche come dissonanza del segno, certificazione della materia, tracce di realtà.

–         Non ci complichiamo la vita con concetti contorti.

–         Non trovo altre parole per dirlo, diventerebbe banale

–         l’immagine dovrebbe dirlo

–         ma così non si ha una interpretazione univoca

–         allora ce ne metto due di foto

–         diventa un racconto

–         appunto, guarda qui, le foto delle miniere,pensa una cosa:

nel 1904 in sardegna ci fu una rivolta dei minatori, la polizia uccise quattro minatori, la notizia suscitò la rivolta di altri operai in tutta Italia, beh sì! erano altri tempi, era il tempo del primo sciopero generale della storia d’Italia, pensa! c’erano i sindacati. Oggi non c’è più nulla! Oggi come vedi puoi fermare immagini di quella che chiamano archeologia industriale, foto di architettura, nulla più…però…..però se vedi le foto poi ti viene da pensare, tutto quel rosso rame della terra avrà qualcosa in comune con la rivolta, o è solo il caso? e poi quel segno, quel segno è importante…

–         quale?

–         quel brogliaccio con i nomi per i turni, lasciato lì, dietro il cancello chiuso, abbandonato.

Quando si legge una foto bisogna stare attenti alle menzogne stampate su carta patinata, quelle  incantano solo gli stupidi o i mercanti. Disgregare, scombinare l’insieme dei linguaggi fotografici come maneggio di tutte le armi espressive. Prendersi gioco dell’apparenza.

La terra che ritorna in ogni immagine di Gianni è un prendersi gioco dell’apparenza, trasformarla in segno, segnale, riflessione, perché…

–         ci sono altre possibilità di organizzare il reale. “Decomposizione della vita quotidiana. Non assoggettare gli sguardi”.. L’ho scritta così. L’ho presa da un libro, e mi piace quando dice che la “fotocamera è uno  strumento di conoscenza, grimaldello non per la realtà ma per l’emozione”, sì mi piace. Però non è che posso scriverlo sotto le foto del progetto terra, quello è un progetto che dovrà parlare da solo. Osservi!  ti metti lì e chi se ne frega, non è che ti devo dire le cose, sì dico, non è che devo recitare la parte del fotografo o fare l’attore, che poi, io quelli con tutte le loro manie… sono simpatici… finché non recitano, perché quando recitano tengono gli occhi chiusi ed il mondo che li circonda per loro è solo scenografia. Vorrei fare uno spettacolo teatrale senza attori, solo con immagini, ombre. Vorrei trasformare in teatro il progetto “Terre” con  quel segno, bianco di neve che diventa linea, serpeggiante zigzagante “anfrattuosa”….  questo termine l’ho scritto sull’agenda, ma non ricordo più a cosa era riferito, però ci sta bene.

Come ci stanno bene altre definizioni che non so mai a cosa servano, forse ad essere scritte sulle agende, quelle che compri e poi rischi di lasciar in  bianco.

Bianchi sono gli ambienti estetico museali della fotografia, oramai  sono sepolcri  irrespirabili.

Dovremmo pensare a dei fotografi che si muovono come briganti del ludico, che si prendono gioco di ogni regola, un gruppo di fototeppisti amanti del caos o dello sguardo obliquo.

***

Quindi si cominci il viaggio, con alcune avvertenze:  qui non c’è la seduzione che pensi debba portare la fotografia

Qualcuno diceva: Per cogliere il vero dietro la maschera del fittizio ogni pellicola, scaduta o rubata è buona. E la stessa cosa la puoi dire con quei tubi bianchi, che occupano la strada, che disturbano le prime sequenze, e che scopri dopo essere solo i contenitori di quella sonda in fogna, piena di mistero fecale.

La stampa sgranata, strappata o eccellente è di minore importanza rispetto a quanto si scopre  nel ritratto di una situazione, perché  la fotografia può ingannare ma  la fotografia della menzogna è quella che non cerca, che non sprofonda l’obiettivo dentro la materia.

Ora ecco le foto, speriamo siano un grumo di dubbi e spiazzamenti.

vai alle foto
 
 
 
 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *